La vita di Alessia Mairati

L’associazione è dedicata ad Alessia Mairati, una ragazza di Novara partita per uno scambio studentesco per l’Ecuador con un grande sogno nel cuore: aiutare i bambini indigenti e bisognosi. Queste le “istantanee” di una storia incredibile: la povertà, la bellezza del Paese sudamericano; un coma, un sogno, alcune visioni di color giallo; la ripresa della conoscenza, il rientro verso l’Italia e un tragico incidente aereo.

Ora rimane un grande e unico obiettivo: realizzare quel sogno.Questa è Casa Alessia e questa è la sua storia, raccontata dal padre Giovanni.

Un viaggio di novemilaottocento chilometri

La vita di Alessia è incredibilmente bella: una favola. E, di giorno in giorno, si arricchisce di pagine colme d’amore.

Alessia Mairati

Alessia Mairati

Nel 2003 Alessia, appena sedicenne, vince una borsa di studio offerta ai figli dei dipendenti della Barilla (la mamma Paola, infatti, in quel periodo lavorava nello stabilimento di Novara, nda).

Questa borsa di studio permette, tramite Intercultura, di trascorrere un anno scolastico all’estero, in un paese a scelta. Alessia, da amante dei luoghi con usi e costumi diversi dai nostri, sceglie l’Ecuador: uno Stato povero e con molti problemi; ma proprio questo per mia figlia è un motivo più che valido per andarci.

Partenza nel settembre 2003, destinazione Quito

I giorni e i mesi a venire trascorrono sereni. Alessia manda e-mail nelle quali racconta la sua “nuova” vita, le amicizie, le usanze tanto particolari di quel paese; e poi del problema dei bambini di strada, delle visite fatte in un orfanotrofio femminile, della povertà e delle disuguaglianze.

In lei nasce un forte desiderio: fare qualcosa per i bambini sfortunati.

Le email e quel desiderio di aiutare il prossimo

Nelle sue e-mail, oltre a raccontare come trascorre il suo tempo di studentessa all’estero, c’è sempre spazio per immaginare quello che vorrebbe fare “da grande”.

«Voglio studiare qualcosa che mi permetta di aiutare questi paesi del terzo mondo. E’ un progetto che ho in testa, non è un castello fatto con le carte da gioco, è qualcosa di concreto, qualcosa che voglio fare seriamente».

«Oggi sono andata in un orfanotrofio femminile. Da quando sono uscita di lì mi sento piena d’amore, di affetto, come se queste bimbe mi avessero ricaricato le pile e ugualmente depressa. Sono piccolissime ma sicuramente più grandi di me. Hanno veri sentimenti, provano amore per qualsiasi cosa… sono fuori da quel posto ma il mio cuore è rimasto lì. Vivo in una realtà difficile… è la triste realtà del paese che sempre più mi sta rubando il cuore. Voglio fare qualcosa nel mio piccolo… e lo farò…ho in mente un progetto che però deve essere realizzato».

Il coma improvviso

Il 10 giugno 2004 vengo informato telefonicamente che Alessia ha avuto un problema di allergia ed è ricoverata in ospedale a Quito. Chi mi telefona purtroppo non sa darmi ulteriori notizie sulla gravità della situazione. A quel punto, io e mia moglie Paola decidiamo di partire immediatamente per l’Ecuador, dove arriviamo il 12 giugno 2004.

Alessia in visita a un orfanotrofio dell'Ecuador

Alessia in visita a un orfanotrofio dell’Ecuador

Entrati in ospedale, troviamo Alessia in sala rianimazione: non vede, non sente, non si muove, non parla. I medici ci dicono che ha subito uno shock anafilattico: è stata in coma.

Riesce però a uscirne e per fortuna è fuori pericolo. Lo shock si è manifestato mentre era in auto con il suo “fratello” ecuadoriano, il quale le ha praticato la respirazione bocca a bocca prima di trasferirla in ospedale. Quando mi raccontano tutto questo mi dicono anche che per salvare una persona da uno shock anafilattico solitamente ci vuole ben altro.

Il “sogno” giallo

Durante la degenza post-coma, giorno dopo giorno, si manifestano piccoli miglioramenti. E’ un lento ritorno alla vita.

Alessia racconta di aver visto, durante il coma, una luce gialla intesa e di aver provato un senso di benessere incredibile. Ricorda anche persone, con i capelli lunghi e biondi, che pregavano vicino a lei. Dice che la sua bisnonna le ha parlato avvertendola che quello non era il suo momento e che doveva tornare indietro.

Oltre a queste “visioni”, ci racconta anche particolari che in quel momento per me non hanno senso. Nel “sogno” ha avuto la visione del suo funerale: era una funzione allegra e la gente batteva le mani. Si ricorda di aver visto diverse bare e di aver commentato: «…e tu mamma non c’eri».

Alessia tutte le mattine chiede di ricevere la Comunione, nonostante prima di quest’esperienza non fosse particolarmente praticante. Mi chiede di portare i fiori gialli alla Madonna nella cappella dell’ospedale. Poi vuole braccialetti, collane e orecchini tutti gialli. Era come se quello, il colore della luce, fosse diventato il suo colore. Ale è diversa, non è la figlia che conoscevo. È palese la sua sofferenza, ma cerca sempre di celarla con il sorriso sul volto.

Ricordo di averle detto che, quando sarebbe tornata a casa, avrebbe dovuto scrivere un libro sulla sua esperienza e che avrebbe potuto intitolarlo «La luce dell’Ecuador».

 

Il mio rientro in Italia e l’incidente aereo di Panama

Articolo de "La Prealpina" del 4 luglio 2004

Articolo de “La Prealpina” del 4 luglio 2004

Il 28 giugno 2004 torno in Italia per lavoro e per organizzare il rientro di Alessia, che in quel momento è ancora in ospedale curata della mamma Paola, tramite un volo in aeroambulanza.

Il 2 luglio l’aereo parte da Quito, e fa scalo tecnico a Panama. Terminate le operazioni necessarie, il velivolo riparte alla volta dell’Italia, ma durante il decollo, ha un incidente e si schianta contro un hangar. Muoiono sette persone, tra le quali mia figlia Alessia e mia moglie Paola.

Il sogno di Alessia deve continuare: nasce l’associazione

Il 10 luglio viene celebrato il funerale: è una funzione allegra. Durante la celebrazione le musiche sono di gioia, le campane suonano a festa, la gente applaude e la mamma… non c’è!

Tutto questo mi ha dato una forza e una fede incredibili. Le email di Alessia sono diventate per me un testamento morale che voglio e devo onorare. Tutto quello che da quel momento in poi avrei fatto sarebbe stato in nome e per conto di mia figlia. Anche se non immaginavo quale potesse essere il risultato delle mie azioni, sono sempre stato convinto dal fatto che lei avesse già visto tutto durante il coma.

Così con alcuni amici nel 2006 decido di fondare un’associazione, Casa Alessia, il cui scopo iniziale è quello di donare una casa in Ecuador dove ospitare i bambini senza tetto.

La svolta verso il progetto del Burundi

Purtroppo, alcune difficoltà burocratiche e logistiche ci impediscono di acquistare la struttura nel paese sudamericano.

Orfanotrofio Alessia, a Masango (Burundi)

I lavori di ultimazione dell’orfanotrofio di Masango in Burundi, dedicato ad Alessia, nel 2007

Nel 2007 conosco il signor Piola, titolare di un’azienda del Cusio, il quale mi informa di un progetto della delegazione del Rotary Club Orta San Giulio per la costruzione di un orfanotrofio in Burundi. Decidiamo di aderire all’iniziativa e inviamo un contributo di 40 mila euro, grazie ai quali è possibile realizzare la costruzione dedicata ad Alessia, e gestita dalle Sorelle della Carità che hanno la casa generalizia a Novara.

Una lettera e delle “coincidenze” guidate da lassù

Il 26 giugno del 2007 mi ritrovo a riordinare alcuni ritagli di giornale delle varie iniziative legate all’associazione, per poi pubblicarli sul nostro sito, quando casualmente – non so perché – apro una cartelletta gialla che riguarda Alessia. Mi capita in mano una lettera scritta da mia figlia nel 2002 e indirizzata a una certa suor Vittoria. Cerco di ricordare chi sia quella sorella e mi viene in mente che si tratta della suora nata in Burundi e ricoverata in quell’anno nella stessa stanza dell’ospedale di Vercelli, in Alessia era stata precedentemente ricoverata.

Così contatto immediatamente le Sorelle della Carità, alle quali avevo consegnato l’assegno con i fondi necessari per l’avvio dei lavori di costruzione dell’orfanotrofio. Mi confermano che quei soldi sarebbero stati inviati in Burundi, e li avrebbe portati proprio suor Vittoria.

 

Un segno del “disegno di Alessia”

Casa Alessia

Casa Alessia

Un caso? No, per me non lo è. Si tratta di un segno; non so perché, ma Alessia ha voluto che la sua prima casa fosse in Burundi. Probabilmente da lassù ha orchestrato questo disegno. Ha voluto dare gioia a quella suora missionaria che era stata sua compagna di stanza nel 2002 e ha anche voluto che fosse proprio lei a compiere la missione.

Penso che Alessia stia preparando qualcosa di speciale per il suo Ecuador e la sua Quito. Non so quando arriverà quel momento, ma so che, prima o poi, accadrà. Intanto il sogno di Alessia sta colorando di giallo molte altre realtà bisognose.

La vita di Alessia è una bella storia, una favola che continua a vivere anche da lassù.

Papà Giovanni